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¡Forward, Russia! - Give Me A Wall (2006)
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Blume - In Tedesco Vuol Dire Fiore (2006)


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Friday, November 24, 2006

LIVE - Franklin Delano @ Covo, Bologna - Nov 11, 2006

Breve tour autunnale di presentazione per 'Come Home', il nuovo album dei Franklin Delano; naturalmente non poteva mancare una data 'casalinga', a Bologna. Per la band di Paolo Iocca e Marcella Riccardi si tratta della seconda data al Covo nel 2006, ma ci sono state tantissime novità: l'uscita dell'album, tanti cambi di line-up, collaborazioni importanti, il tour americano.
Ad aprire la serata si presenta uno dei nuovi acquisti itineranti dei Franklin Delano, Nicola Manzan: già coinvolto in vari progetti con Paolo Benvegnù, Yuppie Flu, 4fioriperzoe e NonVoglioCheClara in veste di violinista/chitarrista/arrangiatore, qui presenta il suo 'progetto' solista, 'Bologna Violenta'. Grindcore su base elettronica sparato a raffiche di mezzo minuto ciascuna, intramezzate da citazioni di B-movies polizieschi degli anni '70 italiani. Una centrifuga furibonda che stordisce col suo urto sonoro, ma che conquista immediatamente simpatia per l'esilarante miscela tra la presenza scenica di Nicola, la morbosità pulp del cinema di genere e la violenza della musica. Nella sua totale follia, un progetto geniale.
Poco dopo salgono i Franklin Delano al completo: ad affiancare Iocca e la Riccardi, il già citato Manzan (tornato nelle vesti di violinista e tastierista), Marcello Petruzzi al basso ed il ritorno di Vittoria Burattini alla batteria, a ricomporre il nucleo originale. C'è molta emozione per questo nuovo esordio, e l'eccessivo formalismo di Iocca nelle presentazioni ne è il sintomo evidente. Si parte con 'No Man's Land', una traccia che si espande malinconicamente e collassa in riverberi e vibrazioni dilatate. La successiva 'Your Demons' alleggerisce l'atmosfera grazie al suo scheletro blues su cui piano piano prende il sopravvento una più spiccata sensibilità pop, mentre il cupo soul di 'Dead Racoon' si sporca di vaga psichedelia.
I Franklin Delano riescono a rendere bene dal vivo questa loro personale ricerca e contaminazione delle radici del suono americano: grande il lavoro di Marcella alla chitarra e alla voce, la batteria di Vittoria è impeccabile, Nicola si dimostra ancor di più musicista eclettico come pochi. A livello musicale nulla da dire: il concerto scorre assai gradevole anche per chi non ha ancora avuto modo di ascoltare il nuovo album ed è venuto qui per scoprirlo. 'Eight Eyes' e 'I'm A Cow' chiudono la prima parte dedicata a 'Come Home', 'Call It A Day' apre la sezione di 'Like A Smoking Gun In Front Of Me' che viene interrotta solo da 'I Know My Way' e da 'Hello', splendido brano del loro primo lavoro 'All My Senses Are Senseless Today' con la curiosa presenza di Marcella alle prese col mandolino.
Con la vivida psichedelia di 'Motel Room' il concerto si chiude dopo un'ora e un quarto di ottima musica dal vivo. Peccato che il pubbico fosse poco e poco coinvolto (la sala del Covo, già di per sè piccola, era piena per metà e presentava un desolante buco proprio davanti al palco): poco male, i Franklin Delano c'erano ed il loro richiamo si è sentito forte e chiaro.

Thursday, November 09, 2006

Devocka - Non Sento Quasi Più (2006)

Artist: Devocka
Album: Non Sento Quasi Più
Release Date: May 22, 2006
Label: CNI/Delta Italiana/Venus [IT]

Tracklist:
01. Noise Vs.
02. Marzo
03. Il Tuo Credo
04. L'Eco Del Tempo
05. Modo D'Essere
06. Vecchio Bavoso
07. Controllo
08. Dormidormidormi
09. Nota Uniforme

Inserisci il cd dei Devocka nel pc e in pochi secondi lo schermo viene occupato da frequenze deviate e claustrofobiche di guerra, bombe, vomito e scarafaggi. Una stretta stanza comprime l'impeto furioso e disturbante di 'Nota Uniforme', video d'esordio del quartetto ferrarese che ci conduce lungo i sentieri taglienti ed ammorbanti e che furono già percorsi da Godano e compagnia.
Un esordio di sicuro impatto, quello dei Devocka: tra le pieghe delle nove tracce proposte in questo 'Non Sento Quasi Più' non c'è solo l'influenza dei Marlene Kuntz (oltre alla citata e finale 'Nota Uniforme', anche l'iniziale 'Noise Vs.' potrebbe spingere a considerarli su due piedi seguaci dei cuneesi) ma si infiltrano anche declamazioni alla maniera di Emidio Clementi; le sfuriate chitarristiche si intrecciano a melodie più cupe ('L'Eco Del Tempo'), la voce di Igor Tosi si destreggia tra linee vocali profonde ('Marzo', in duetto con la splendida voce di Cora Marzola), urla strazianti ('Controllo') ed un recitato enfatico ('Il Tuo Credo') dimostrando ottime capacità intrepretative. 'Non Sento Quasi Più' è un album molto ben suonato, con tanti ottimi spunti, pieno di personalità. Caldamente consigliato agli amanti dell'alternative e non solo.

Wednesday, November 08, 2006

LIVE - The Kooks @ Estragon, Bologna - Nov 3, 2006

Ogni tanto andare a rileggere ciò che si scrive a mesi di distanza può riservare piccole perle di preveggenza o, più frequentemente, sviste clamorose su cui ridere un po' su. A febbraio, ascoltando l'album d'esordio dei Kooks, avevo azzardato una previsione: non sarebbero riusciti a sfondare, nonostante fossero abbastanza orecchiabili per poterlo fare, perchè mancava il brano di punta, la hit capace di irrompere nelle radio e scalare le classifiche. Dopotutto, già altri gruppi non c'erano riusciti con carte ben più valide (vedi per esempio i Maximo Park, o i Franz Ferdinand pre-'Walk Away'), diventando delle stelle per i soli appassionati del genere. Ma poi è arrivata l'estate, e con essa la sigla del Festivalbar. 'Naive', the Kooks.
Contento di essere stato almeno per una volta cornacchia al contrario, decido di andare a vedere di concreto l'effetto che fa passare dall'hype dell'NME a quella di MTV. La risposta, purtroppo, è giunta presto, abbastanza scontata: tanto fumo e poco arrosto. Il che un po' dispiace, perchè pur non avendoli mai sopravvalutati più del loro reale valore di discreta band di brit-poprock (alla Razorlight, per intenderci) magari ci si aspettava che dessero un pò più di consistenza alle loro canzoni e alla loro esibizione. Il bagaglio musicale, in fondo, non è affatto disprezzabile: la voce di Luke Pritcard sa farsi notare positivamente nei due brani acustici eseguiti (vedi 'Seaside', che apre il concerto); il basso a tratti coinvolge, come anche la batteria.
Ma è tutto troppo discontinuo, manca l'amalgama e il piglio necessario per coinvogere veramente. Ironia della sorte, il brano meno riuscito è proprio quella 'Naive' che li ha portati dove sono adesso, ad atteggiarsi da stelle emergenti della scena britannica che fu di Oasis e Blur, acclamate da schiere di fan dell'ultima ora che sanno ogni singola parola dell'album e si accalcano per sfiorare la mano di Luke, piccolo clone di Johnny Borrell che non riesce a nascondere un po' di goffaggine in questi piccoli riti da star.
In una vaga sensazione di straniamento per la scialba inconsistenza di ciò a cui sto assistendo, non so se dispiacermi o essere contento della fine del concerto, giunta prima che i Kooks completino le canzoni dell'album, dopo meno di un'ora. Abbastanza deluso, rifletto e mi chiedo: perchè loro hanno sfondato e altri no? Domanda futile, in realtà: così come sono saliti alla ribalta del grande pubblico, è facile che finiscano nel dimenticatoio riservato agli ascoltatori di nicchia nell'arco di un paio di hit. Spero, almeno per loro, che sappiano smentirmi ancora una volta.

Monday, October 16, 2006

The Pipettes - We Are The Pipettes (2006)

Artist: The Pipettes
Album: We Are The Pipettes
Release Date: Aug 28, 2006
Label: Memphis Industries [UK]

Tracklist:
01. We Are The Pipettes
02. Pull Shapes
03. Why Did You Stay
04. Dirty Mind
05. It Hurts To See You Dance So Well
06. Judy
07. Winters Sky
08. Your Kisses Are Wasted On Me
09. Tell Me What You Want
10. Because It's Not Love (But It's Still A Feeling)
11. Sex
12. One Night Stand
13. ABC
14. I Love You

Ah, la nostalgia. Voglia di rivivere epoche non vissute, sognate sulle suggestioni di sonorità lontane nel tempo e tuttora piene di vitalità e gioia. A più di quarant'anni dalla scintillante Swinging London di Phil Spector, dove furoreggiavano i party a ritmo di soul, doo wop e swing e le reginette della musica pop avevano nomi come Ronettes, Shangri-las e Supremes, questo disco va a coprire un vuoto che l'ondata revivalistica di questi ultimi anni non aveva ancora occupato. Le Pipettes sono un trio di ragazze di bell'aspetto e vestite in modo impeccabilmente sixty, a partire dai vestitini a pois fino alle capigliature, partite da Brighton e costruite per coprire quel vuoto. Che il progetto Pipettes sia nato praticamente a tavolino è una cosa che non si sono prese nemmeno la briga di camuffare: la sistematicità con cui è stato pianificato il lancio del gruppo, dallo stillicidio di singoli alla creazione di una band satellite come le Cassettes fino al fomentare la platea del file sharing sui blog, ha qualcosa di invidiabile. L'ansia di creare hype attorno a queste tre ragazze ha portato anche a baggianate al limite della bestemmia come definire il loro genere "il pop che si suonava prima che i Beatles arrivassero a rovinare tutto", ma tant'è: il loro primo album è gradevolissimo, 14 deliziosi quadretti di pop vocale condensati in meno di 34 minuti, prodotti in modo impeccabile, che trasudano le fragranze degli anni '60 da ogni nota. Che poi intorno ci sia un mero calcolo e che molto probabilmente non resisteranno più a lungo di questo inverno, poco importa. I coretti di 'Pull Shapes', 'Your Kisses Are Wasted On Me', 'Judy' e 'Sex' sono fatti apposta per essere bruciati e riscaldare i cuori durante le notti dei prossimi mesi. Tra qualche tempo le ricorderemo appena come una delle tante meteore, ma adesso godiamocele per quel che sono: un gradevolissimo diversivo che ci porta a spasso nel passato.

Thursday, October 05, 2006

LIVE - ¡Forward, Russia! @ Covo, Bologna - Oct 6, 2006

Il Covo, dopo la chiusura estiva, riapre col botto: la nuova stagione di concerti e serate all'insegna della musica alternativa e indipendente è iniziata con la performance live di uno dei gruppi inglesi che più si sono fatti notare ed apprezzare quest'anno nella scena indie.
I ¡Forward, Russia! vengono preceduti sul palco dai Club 11, band padovana che propone un suono tipicamente ispirato alle tendenze punk-wave degli ultimi anni in materia di musica indie inglese: riff taglienti di chitarra sguinzagliati su sezioni ritmiche incalzanti e inserti elettronici, il tutto eseguito con buona tecnica e ottima personalità.
Dopodichè appaiono Tom Woodhead, Whiskas, Rob e Katie, tutti rigorosamente vestiti con la ormai classica t-shirt bianca con i punti esclamativi, e l'attacco di 'Thirteen' è il preludio di un esibizione tanto incendiaria quanto breve. Che Tom fosse assolutamente incontrollabile nelle sue perfomances si sapeva, ma vederlo dimenarsi come un indemoniato sul palco mentre si arrotola intorno al collo e alla faccia il filo del microfono lascia comunque di stucco: al limite del masochismo. Una delle incognite iniziali era la sua capacità di riprodurre dal vivo in modo quanto meno decente le linee vocali principalmente urlate: non solo ci riesce, ma addirittura lo fa in modo del tutto fedele e questo stupisce ancor di più.
Se mettiamo anche la precisione con cui il resto del gruppo lo accompagna nelle sue folli scorribande, il risultato è un suono potente, compatto, vibrante, che definire adrenalinico è riduttivo. Solo su 'Fifteen pt.1' Whiskas, passato momentaneamente dalla chitarra alla tastiera, sbaglia ad inserire i giusti effetti, va fuori tempo e rischia di far deragliare tutti, ma la prontezza di Tom rimette il treno dei ¡Forward, Russia! sui binari e tutto torna a funzionare a meraviglia.
I ¡Forward, Russia! propongono anche una nuova traccia, 'Don't Be A Doctor', un lungo forcing sul filo della schizofrenia in cui sembrano sempre più coscienti delle loro potenzialità. Il pubblico si scalda progressivamente per poi esaltarsi definitivamente sulle note di 'Nine', ma i quattro di Leeds sono abituati ai clubs inglesi, di gran lunga più caotici ed esagitati. Dopo circa tre quarti d'ora e nove canzoni, Whiskas annuncia l'ultimo pezzo, 'Eleven', aggiungendo "Ragazzi, abbiamo suonato già tanto eh... 9 canzoni!".
Ecco, il concerto è stato sicuramente coinvolgente, ma 50 minuti sono obiettivamente troppo pochi per una band con all'attivo sì un solo album, ma con in repertorio almeno il doppio delle canzoni suonate (e alcune canzoni dell'album non sono nemmeno state suonate). E poi l'arroganza e la spocchiosità sono fuori posto per una band emergente. Peccato per questa brutta caduta di stile a pochi metri da un meritato traguardo.

Monday, October 02, 2006

¡Forward, Russia! - Give Me A Wall (2006)

Artist: ¡Forward, Russia!
Album: Give Me A Wall
Release Date: May 15, 2006
Label: Dance To The Radio

Tracklist:
01. Thirteen
02. Twelve
03. Fifteen pt. 1
04. Nine
05. Nineteen
06. Seventeen
07. Eighteen
08. Sixteen
09. Seven
10. Fifteen pt. 2
11. Eleven

I ¡Forward, Russia! sono conosciuti già da tempo negli ambienti della scena indie inglese: a partire dal 2004 i loro demo e i loro singoli li avevano segnalati come una delle novità potenzialmente più esplosive del vasto panorama underground d'Oltremanica. Ora che finalmente sono arrivati alla prima prova sulla distanza sfoderano un album dalle mille sfaccettature.
Sarebbe difficile inquadrare in una formula il loro schizofrenico intreccio di violente sfuriate punk condite di riff danzerecci al limite del funk, istinti primordiali di matrice emo e tappeti elettronici che impastano il suono portandolo spesso e volentieri nel territorio della wave. Allo stesso tempo non è nemmeno possibile liquidarli come l'ennesima espressione delle tendenze tanto di moda ora nella musica inglese, perchè al contrario di altri gruppi il loro modo di suonare è tutto tranne che scontato e forzatamente accattivante.
'Give Me A Wall' è un album nevrotico, piuttosto ostico da affrontare ai primi ascolti: il vorticoso incalzare di cambi di velocità e genere inizialmente disorienta, poi incuriosisce e infine finisce per svelare le ottime capacità del quartetto di Leeds. 'Twelve', il singolo che ha tenuto a battesimo il disco, è irresistibile nell'incedere dei suoi velocissimi riff; la successiva 'Fifteen pt. 1' è perfettamente esplìcativa delle loro combinazioni ed alternanze continue di beat elettronici, riff isterici, rabbiosi muri di chitarre e deviazioni wave coinvolgenti; 'Sixteen' invita con il suo duetto iniziale per poi spararti in faccia raffiche di numeri e cattivissime progressioni.
Per non parlare della finale 'Eleven', dove i ¡Forward, Russia! si concedono addirittura una divagazione nel post-rock. Tanta carne al fuoco, tante strade percorribili in futuro. Il presente ci mostra un gruppo che sta diventando piano piano una certezza del panorama indie, dove indie non sta per glamour ma per indipendente.

Thursday, September 21, 2006

LIVE - Pearl Jam @ piazza Duomo, Pistoia - Sep 20, 2006

Arrivo nei pressi della piazza del Duomo di Pistoia ed è impossibile non capire che si sta per svolgere un evento eccezionale: una marea di gente affolla le vie del centro storico, un gioiello dell’arte trecentesca che si mostra in tutta la sua raffinata bellezza per accogliere i Pearl Jam e le decine di migliaia di fan accorsi per l’ultima delle 5 date italiane del loro tour europeo.
In fila per entrare mi perdo quasi interamente l’esibizione di supporto dei My Morning Jacket: da quanto ho potuto sentire, molto probabilmente sarebbe stato un bel concerto, ma la tensione per ciò che sarebbe avvenuto da lì a poco è troppo forte per pensare ad altro. Gente da tutta Italia, portoghesi, sudafricani e chissà quanti altri. Gente che ha affrontato sacrifici economici per poter seguire i Pearl Jam in tutte le date in Italia, qualcuno anche all’estero. L’atmosfera è elettrica a dir poco: per me è la prima volta, a 22 anni, ed è come riuscire a conquistare la ragazza che ami da quando ne hai 15.
Alle 9 e un quarto Eddie Vedder e compagnia salgono sul palco e parte la magia: l’intro di ‘Interstellar Overdrive’, cover dei Pink Floyd, lascia subito spazio ad un inizio da infarto. All’inizio del concerto, se mi avessero chiesto 2 canzoni che avrei voluto assolutamente sentire, avrei risposto ‘Corduroy’ e ‘Rearviewmirror’: ed ecco che i Pearl Jam le infilano subito, una dopo l’altra, in un’orgia di brividi devastanti e corde vocali lanciate al vento. Tecnicamente non si può eccepire niente al sestetto di Seattle: Eddie Vedder, sebbene gli anni passino anche per lui e qualche volta le urla non escano proprio come lui vorrebbe, tiene botta alla grande e sfodera la profondità della sua voce a più riprese, Matt Cameron alla batteria e Mike McCready alla chitarra sono una garanzia.
Le canzoni dell’ultimo album incalzano a partire dai singoli ‘Life Wasted’ e ‘World Wide Suicide’, continuando con ‘Severed Hands’ e ‘Unemployable’: Eddie Vedder si ferma e legge un testo in italiano, chiedendo che le voci si alzino in alto a raggiungere il cielo, e per permettere ciò attacca con ‘Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town’. Tutta la piazza canta all’unisono con lui, decine di migliaia di voci unite alla sua per celebrare la magia del momento. Quando parte il riff di ‘Dissident’ tutto diventa chiaro: i Pearl Jam sono uno di quei gruppi che dal vivo riescono a sostenere qualsiasi scaletta senza fare una piega, regalando sempre qualcosa di speciale, ed è per questo che sono amati così visceralmente dal loro pubblico che li segue fedele ed arriva a girare il mondo pur di vederli in concerto il più possibile, con l’assoluta certezza di non rimanere mai deluso. E pensare che siamo solo a metà della prima parte.
I Pearl Jam alternano le tracce nuove come la bellissima ‘Come Back’ e ‘Comatose’ ai pezzi storici degli esordi come ‘Even Flow’, ‘Porch’ e ‘Why Go’, chicche per veri appassionati come ‘Breath’ e classici come ‘Given To Fly’ e ‘Not For You’. Eddie Vedder deve essere estremamente affascinato dalla meravigliosa location, sovrastata dal bellissimo campanile, ed infatti inizia ad illuminare col riflesso di un riflettore sulla chitarra tutto il pubblico, la gente che assiste al concerto dalle finestre del palazzo Pretorio, infine l’orologio e il campanile nella sua interezza. I Pearl Jam si concedono a digressioni sul tema, con assoli di chitarra di McCready dietro la schiena, assoli di Matt Cameron alla batteria e jam session collettive.
La pausa arriva per ridare fiato dopo un set di 19 canzoni, ma ovviamente il meglio deve ancora arrivare: le note di ‘Last Kiss’, una delle canzoni più struggenti nel loro repertorio di cover, fanno ricadere l’intera piazza nell’atmosfera magica dei momenti migliori. E basterebbe riportare in fila le canzoni che hanno fatto per far comprendere il delirio che ha contagiato il pubblico in seguito: ‘Hail Hail’, ‘State Of Love And Trust’, ‘Black’, ‘Crazy Mary’ e soprattutto ‘Alive’, prima di sospendere brevemente e ricominciare ancora, come in un orgasmo multiplo, con ‘Last Exit’, ‘Do The Evolution’, ‘Better Man’ e ‘Spin The Black Circle’. Sulle note di ‘Rockin’ In The Free World’ Eddie si inerpica sulla struttura laterale del palco, poi scende, inizia a saltare da una parte all’altra del palco, lancia tamburelli al pubblico.
Ormai sono passate due ore e mezza di inesprimibile bellezza, e ‘Yellow Ledbetter’, l’ultima delle 32 (!) canzoni proposte dà al pubblico la buonanotte e l’arrivederci al prossimo tour in Italia. Non esistono altri gruppi così al mondo.
_________________

(Interstellar Overdrive)
Corduroy
Rearviewmirror
Life Wasted
World Wide Suicide
Severed Hand
Unemployable
Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town
Dissident
1/2 Full
I Got Id
Even Flow
Come Back
Not For You (Modern Girl)
Breath
Given To Fly
Why Go
Comatose
Porch

Last Kiss
Hail Hail
State Of Love And Trust
Black
Crazy Mary
Alive

Last Exit
Do The Evolution
Wasted Reprise
Better Man
Spin The Black Circle
Rockin' In The Free World
Yellow Ledbetter

Friday, September 15, 2006

LIVE - White Rose Movement @ Mamamia - Senigallia - Sep 09, 2006

Non nascondo che i White Rose Movement siano per me una delle novità musicali migliori del 2006. Il loro album 'Kick' rielabora e rinnova nel modo più coerente un intero bagaglio di sonorità a cavallo tra dark-wave, synth-pop e post-punk, prendendo come riferimento Depeche Mode, New Order, Cure e Duran Duran, e riuscendo a farli suonare attuali più che mai. Per questo l'appuntamento al Mamamia mi ha dato la possibilità di render loro il mio personale omaggio e allo stesso tempo di valutare le loro potenzialità dal vivo, dopo aver sentito commenti molto positivi da chi li ha visti nei festival estivi come Benicassim e Pukkelpop.
Ad aprire la serata i Plus Nomination, gruppo svizzero, che sinceramente non è poi così male se vi garba il punk-rock da high school americana stile Blink 182 et similia, ma che con il contesto della serata c'entrava poco. Poco dopo I White Rose Movement salgono sul palco. Finn Vine e compagnia iniziano con 'Kick' e subito è chiaro che hanno dovuto fare una scelta ben precisa: privilegiare l'aspetto elettronico della musica perdendo di dinamismo e guadagnando in fedeltà all'album oppure valorizzare le parti strumentali lasciando libertà di movimento a Finn Vine e sfruttando il lato più punk delle loro canzoni? I White Rose Movement hanno scelto senza dubbio la seconda strada: Vine si dedica il minimo indispensabile ad aiutare l'algidissima Taxxi alle tastiere, mentre Jasper Milton alla chitarra e Owen Dyke al basso si scatenano. Il risultato è che il suono diventa più cattivo, e in tracce come 'Speed', 'Idiot Drugs' e 'Testcard Girl' il tiro è pauroso.
In altre canzoni, ovviamente, le esigenze costringono a leggeri cambiamenti, vedi 'London's Mine' che senza quel tappeto di synth perde parte del suo fascino naturale; in generale però i White Rose Movement riescono nel loro compito di divertire ed impressionare perché ti sbattono sul muso le loro 11 tracce spigolose senza andare mai fuori giri. Il concerto si chiude con 'Love Is A Number' e 'Alsation', e Finn Vine finisce in bellezza il suo show fatto di mosse nervose e arrampicate sulle spie. In fin dei conti è stata una bellissima serata, i White Rose Movement non hanno deluso.

Thursday, September 07, 2006

LIVE - Mogwai @ Estragon, Bologna - Sep 6, 2006

Non sono di certo io il primo a scoprire quanto i Mogwai siano geniali, la gente che pian piano riempie l'Estragon fino a farlo ribollire ne è la prova. Io sono un estimatore dell'ultima ora, ma una occasione del genere non potevo farmela scappare. Ad inizio serata, con la sala ancora semivuota, si esibiscono i De Rosa, band scozzese di rock alternativo in bilico tra indie, emo e istinti new wave, che impressiona positivivamente giusto per le prime due canzoni e per le ultime due, lasciando in mezzo una sensazione di incompiutezza che le performance alterne del cantante irrobustiscono ancor di più.
La genialità, dicevamo. Che Barry Burns e Martin Bulloch si presentassero alla Festa dell'Unità con le magliette rosse che recitano 'Sono sopravvissuto al governo Berlusconi', beh, in pochi se lo aspettavano. Ma c'è poco tempo per le chiacchiere, le prime flebili note scatenano il primo boato che sfuma nel silenzio più assoluto: 'New Paths To Helicon pt.1' si espande sempre più nell'aria fino a saturarla con le sue infinite trame sonore, per poi lentamente implodere. Le sensazioni iniziano a muoversi dentro come una marea, e non smetteranno più fino all'epilogo.
Il pianoforte di 'Friend Of The Night', le accelerazioni furibonde di 'Summer', le frequenze elettroniche i 'I Know You Are But What Am I', l'impetuoso muro sonoro di 'Killing All The Flies', il vocoder di 'Hunted By A Freak', la ferocia di 'Glasgow Mega-Snake' sono solo forme diverse di un disegno artistico e musicale unico, fatto di suoni minimali e rarefatti che ipnotizzano, crescono, accelerano, si ingrossano fino a deflagrare, si infittiscono e si intrecciano in una foresta inestricabile e maestosa, e poi svaniscono, si riaffievoliscono, ti conducono lentamente alla deriva delle tue emozioni.
Gli effetti di luce, il fumo e i fari stroboscopici avvolgono il palco, i Mogwai ne vengono , che diventano tutt'uno con la nebbia e la loro musica, che dal vivo sa esprimere una forza espressiva violentissima: 'Christmas Steps', il pezzo più riuscito della serata, annichilisce con la sua inerzia infinita fino a quando Stuart Braithwaite non decide di distruggere le ultime resistenze del pubblico con una raffica di fucilate devastanti ed assassine che mandano in estasi.
Il concerto si conclude con quella meravigliosa cavalcata imperiale di nome 'Mogwai Fear Satan', dieci minuti di assoluto delirio dove Martin Bulloch sfodera l'ennesima prestazione batteristica eccelsa della sua serata. Dopodichè i Mogwai si congedano dall'Estragon, dopo aver regalato a tutti i presenti un'ora e mezza di musica spettacolare. Se alla fine rimane il desiderio di sentirne ancora, di continuare a perdersi nei loro labirinti, significa che non mi sbagliavo nel credere che questo concerto fosse da non perdere.

SETLIST - Nuovo Estragon, Bologna - 06/09/2004

New Paths To Helicon, Part 1
Friend Of The Night
Travel Is Dangerous
Summer
Christmas Steps
I Know You Are But What Am I?
Acid Food
Killing All The Flies
Hunted By A Freak
Glasgow Megasnake
Ratts Of The Capital
We're No Here
---
Kids Will Be Skeletons
Mogwai Fear Satan

Wednesday, September 06, 2006

Blume - In Tedesco Vuol Dire Fiore (2006)

Artist: Blume
Album: In Tedesco Vuol Dire Fiore
Release Date: May 1, 2006
Label: Pippola Music

Tracklist:
01. Piove Piano
02. E_24
03. S
04. Il Diversivo
05. Non Va Bene
06. Prenditi Cura Di Me
07. Mura Di Gomma
08. Umiliata Dal Sonno
09. Telefunken
10. Ninna Nanna Alla Regina

Quando l'elettronica riesce a disegnare trame color pastello così delicate da spingerti ad evocare nella mente atmosfere rarefatte, ideali, provenienti da una dimensione diversa rispetto alla materialità del mondo di tutti i giorni, si è soliti parlare di dream pop. Ambientazioni oniriche appunto, ma non solo. Se a spingerti ancora oltre contribuisce una voce di donna sussurrata, eterea, che tesse gentile piccoli ritratti confidenziali dell'universo femminile, ci si trova improvvisamente proiettati in qualcosa di più prezioso, intimistico, personale, e si percepiscono meglio le piccole sfumature e sfaccettature dei colori nascosti dietro il velo grigio della quotidianità.
La fusione tra questi due elementi (quello onirico della musica e quello intimistico dei testi) è la cifra stilistica e il pregio principale dei Blume, trio fiorentino al loro esordio con questo gioiellino di nome 'In Tedesco Vuol Dire Fiore'. Dieci tracce incastonate umilmente ma con classe a formare un dipinto aggraziato e coinvolgente, in equilibrio costante tra introspezione e realtà. E' davvero possibile identificare questa alchimia con etichette come indietronica, trip pop, glitch, post pop, shoegaze, dream pop, ecc...? In parte si, perchè in fondo tutte queste anime si conpenetrano fino a diventare una cosa nuova, originalissima, abbagliante, che lascia senza termini precisi per essere descritta nella sua essenza più vera. Ci sono parole per descrivere i brividi dati da canzoni come 'Piove Piano' o 'Il Diversivo'? Forse sì, ma non riesco ad esprimerle in modo appropriato, e quindi mi lascio semplicemente cullare dalla voce di Francesca Storai e dalla musica di Dario Brunori e Matteo Zanobini. Un disco assolutamente da non perdere se vi piace lasciarvi rapire da atmosfere sognanti.

Tuesday, September 05, 2006

Razorlight - s/t (2006)

Artist: Razorlight
Album: Razorlight
Release Date: Jul 17, 2006
Label: Mercury

Tracklist:
01. In The Morning
02. Who Needs Love?
03. Hold On
04. America
05. Fall To Pieces
06. Can't Stop This Feeling I've Got
07. Pop Song 2006
08. Kirby's House
09. Back To The Start
10. Los Angeles Waltz

Johnny Borrell è tornato. Sono passati due anni intensissimi da quando 'Up All Night' si segnalò come uno dei album più freschi e divertenti del panorama inglese. Nel frattempo in oltremanica hanno visto sorgere nuovi astri come Maximo Park, Bloc Party e Arctic Monkeys; la saga di Pete Doherty continua senza sosta ad occupare le pagine di riviste specializzate e tabloid inglesi ed ha sfiorato anche l'egocentrico Johnny, coinvolto in una rissa contro il suo ex grande amico. Se per certi versi le dichiarazioni altisonanti di Borrell (delizia appetitosa per giornali ed opinione pubblica inglese, ghiotta di esagerazioni da star) hanno aiutato a mantenere l'obiettivo sulla band, a mancare era la musica.
A colmare la lacuna ci pensa adesso il loro secondo album omonimo, dieci tracce di pop essenziale che riescono nell'ardua impresa di non suonare come una ritrita riproposizione dello stile dell'esordio e nemmeno di cadere nella mancanza assoluta di idee. Al contrario, Johnny Borrel si sobbarca il compito in primissima persona e sfodera linee vocali più profonde, più mature, capaci di costruire melodie oreecchiabili su architetture strumentali essenziali.
Le chitarre vengono ridotte al minimo necessario, spariscono certe progressioni confusionarie alla 'Dalston' che pure rappresentavano una cifra stilistica ben riconoscibile, ma il suono ne guadagna in ecletticità e pulizia. I richiami storici sono vari e spaziano più indietro nel tempo fino agli anni '60, come ad esempio in 'Who Needs Love' o nella solare 'Hold On', fino a varcare l'oceano in territori più propriamente americani come nella folkeggiante 'Kirby's House', in 'America' e nella finale 'Los Angeles Waltz', per poi riecheggiare i Police nella reggaeggiante 'Back To The Start'.
Le tracce che più richiamano il loro passato sono l'iniziale 'In The Morning', non a caso scelta come singolo di lancio, e 'Pop Song 2006', ma anche qui non notare l'evoluzione è impossibile, così come è chiaro che questi ragazzi hanno talento da vendere. Dopo le ultime cocenti delusioni, ci volevano i Razorlight per azzeccare un secondo album che riuscisse a ripagare in pieno le aspettative.

The Postal Service - Give Up (2003)

Artist: The Postal Service
Album: Give Up
Release Date: Feb 18, 2003
Label: Sub Pop

Tracklist:
01. The District Sleeps Alone Tonight
02. Such Great Heights
03. Sleeping In
04. Nothing Better
05. Recycled Air
06. Clark Gable
07. We Will Become Silhouettes
08. This Place Is a Prison
09. Brand New Colony
10. Natural Anthem

Ci sono tanti motivi per cui ci si innamora di un disco. Ultimamente mi sono ritrovato a sognare sulle note dei Postal Service, e lo sto amando. Il disco risale solo al 2003, ma le sensazioni che trasmette rimandano ancor più indietro nel tempo, a frequenze di due decenni fa. Un tuffo nell'indietronica, forse in uno dei dischi più riusciti del genere, in cui le atmosfere create da tastiere e synth, i beats e i campionamenti vanno a calzare a pennello sulla voce evocativa di Ben Gibbard.
Un connubbio perfetto quello tra il cantante dei Death Cab For Cutie e Jimmy Tamborello, dj elettronico conosciuto per i suoi progetti Dntel e Figurine: il primo assaggio si ebbe con '(This Is) The Dream Of Evan And Chan', presente in 'Life Is Full Of Possibilities' di Dntel, anno 2001, e ne venne fuori una canzone stupenda. Qui la formula magica viene elaborata in mille sfaccettature fino a formare un caleidoscopio di sonorità calde e bagliori di electropop di prima qualità: la malinconia estrema dei Death Cab For Cutie e le ruvidità elettroniche dei Dntel si incontrano, si levigano a vicenda e si compenetrano rigenerate di nuova linfa vitale.
'The District Sleeps Alone Tonight' parte leggera sulle corde di cori angelici per poi accelerare il ritmo; 'Such Great Heights' possiede tutto quel che una canzone electropop deve avere per essere un piccolo capolavoro: i giusti beats, il synth al posto giusto, la linea vocale giusta. L'elettronica accompagna e non sovrasta mai il tono di leggerezza che regna su tracce come 'Sleeping In' o 'Recycled Air'. 'Clark Gable', i suoi campionamenti di tromba sul ritornello e i battiti di mano, così come la melodia da carillon della seguente 'We Will Become Silhouettes', sono un piacere per le orecchie; in 'Nothing Better' i suoni da videogiochi arcade mescolati agli archi fanno da tappeto al magnifico duetto tra Ben Gibbard e Jen Wood.
L'arcade torna su 'Brand New Colony' con i suoni di Super Mario a costellare la solita interpretazione egregia di Gibbard. Il cerchio si chiude con la traccia più cattiva e d'n'b del lotto, la caotica 'Natural Anthem'. Come tutti i progetti paralleli The Postal Service non avrà vita lunga e probabilmente non avremo la fortuna di un seguito di 'Give Up': a maggior ragione dobbiamo tenerci ben stretta questa piccola perla.

Monday, February 13, 2006

Special: New Britrock

La ricerca frenetica della ‘next big thing’ è quasi uno sport nazionale in Inghilterra. Ormai gli esempi di gruppi diventati famosi solo grazie ad un singolo ed al passaparola sono innumerevoli, grazie anche ad un panorama musicale molto vivo che genera proposte estremamente interessanti. Uno sguardo alle nuove produzioni permette così di capire quale sarà il trend della musica indie-britrock dei prossimi mesi.

Dirty Pretty Things
(http://www.dirtyprettythingsband.com)
Ovviamente l’attesa maggiore è quella riposta nella nuova band di Carl Barat, protagonista insieme a Pete Doherty dell’esperienza musicale più folgorante e chiacchierata del nuovo millennio, i Libertines. Dalle loro ceneri Carl ha creato una nuova entità, i Dirty Pretty Things, che raccoglie i Libertines superstiti dopo le defezioni di Pete e di John Hassall: Gary Powell alla batteria e Anthony Rossomando alla chitarra, con l’aggiunta di Didz Hammond (ex Cooper Temple Clause) al basso. La nascita ufficiale dei Dirty Pretty Things è da collocarsi il 10 ottobre 2005, data della loro prima esibizione live in assoluto, in Italia (DNA, Padova). Coloro che hanno avuto la possibilità di vedere un loro live o di ascoltare le loro prime produzioni distribuite attraverso il sito ufficiale si sarà sicuramente reso conto che lo stile è rimasto praticamente lo stesso dei Libertines: rock’n’roll allegro e punkeggiante, vivace e divertente, quasi inevitabilmente propenso al singalong. L’attesa di tutti i fan dei Libertines è a questo punto per l’uscita dell’album nei prossimi mesi, che ci dirà finalmente se la formula di Carl Barat è veramente vincente oppure no.

Yeti
(http://www.yetiintelligence.com/)
Chi invece sembra essersi definitivamente allontanato dal bagaglio musicale dei Libertines è John Hassall, ex bassista ed ora leader, cantante e chitarrista degli Yeti, gruppo che già si è fatto notare molto positivamente con un paio di singoli nel 2005, in particolare con ‘Never Lose Your Sense Of Wonder’. Hassall ha intrapreso tutt’altra strada rispetto a Pete e Carl: il suo raggio d’azione si è spostato su altri territori, in particolare l’eredità sixties del beat-pop di Liverpool, con punto di riferimento assoluto i Beatles ed in tempi più recenti i La’s. Grande attenzione alle melodie, tendenza al folk ed a sonorità blueseggianti, gli Yeti si pongono come figura a sé stante nel panorama indie di questo periodo proprio per la fedeltà con cui ripropongono questo tipo di sonorità che si dimostrano tuttora estremamente fresche ed attuali. È possibile scaricare il singolo ‘Never Lose Your Sense of Wonder’ ed altre tracce direttamente dalla sezione ‘MP3s’ del loro sito ufficiale.

¡Forward, Russia!
(http://www.forwardrussia.com/)
I ¡Forward, Russia! rappresentano una delle novità più attese e seguite del momento in Inghilterra. Attivi dal 2004, hanno al proprio attivo quattro demo, due singoli e un doppio A-side, per un totale di 15 tracce rigorosamente numerate, e un programma live fittissimo grazie al quale hanno conquistato un folto seguito di fan. Nati a Leeds e formati dal cantante Tom Woodhead, dal chitarrista barbuto e rossiccio Whiskas, dalla batterista Katie Sketch e dal bassista Rob Webb, i ¡Forward, Russia! fondono l’isteria del punk-wave più tirato e viscerale con il pathos urlato ed ammorbante dell’emo. Ciò che ne viene fuori è un concentrato esplosivo adattissimo a deflagrare nei rock clubs indipendenti. Sul sito ufficiale è possibile scaricare i singoli tratti dal doppio A-side, ‘Thirteen’ e ‘Fourteen’, una sessione live ed il video di ‘Eleven’, mentre su MySpace (http://www.myspace.com/forwardrussia) è possibile ascoltare una clip del nuovo singolo ‘Twelve’. Da tenere d’occhio assolutamente perché faranno di sicuro parlare di sé.

Boy Kill Boy
(http://www.boykillboy.co.uk/)
I Boy Kill Boy sono un collettivo di quattro ragazzi londinesi che si sono fatti notare già dall’anno scorso grazie ai primi due singoli usciti per la Fierce Panda (’Suzie’ e ‘Civil Sin’), che li ha portati a suonare insieme agli Hard-Fi ed ai New Order, ad ottenere un ottimo successo di pubblico al festival di Reading ed a firmare per la Vertigo. Il 13 febbraio esce il loro primo singolo con la nuova casa discografica, ‘Back Again’, in vista del loro debut album previsto per la fine di maggio. Associati in modo inappropriato ai Killers, i Boy Kill Boy propongono sonorità dark-wave abbastanza sostenute che a volte creano atmosfere quasi goticheggianti (‘Civil Sin’) grazie alla voce profonda del cantante Chris Peck ed all’uso di synth di stampo eighties, che però non disdegnano digressioni più lievi nel solco degli Smiths (‘Suzie’). ‘Back Again’, così come altre tracce dei loro primi singoli, sono ascoltabili in streaming su Pure Volume (http://www.purevolume.com/boykillboy) e su MySpace (http://www.myspace.com/boykillboy), inoltre sul sito ufficiale è possibile iscriversi ad una speciale sezione che permetterà di ascoltare in anteprima i brani.

The Cinematics
(http://www.thecinematicsmusic.com/)
Da Glasgow arriva invece la proposta dei Cinematics, quattro ragazzi scozzesi guidati dal cantante/chitarrista Scott Rinning che hanno iniziato a far parlare di sé grazie al singolo ‘Chase’ e alla pubblicità che hanno ricevuto dagli Editors e dai We Are Scientists. Anche loro seguono i binari della new-darkwave, con ovvi punti di riferimento i Cure e gli Interpol, anche se si fanno notare positivamente per l’eleganza e lo stile della loro musica. Più passa il tempo più raccolgono consensi nell’ambiente, e di certo da quel che si può ascoltare ed intuire queste attenzioni sono ben meritate. Sul sito ufficiale è possibile ascoltare un estratto di ‘Chase’, mentre il loro spazio MySpace (http://www.myspace.com/thecinematics) permette l’ascolto di altre quattro tracce. Il prossimo singolo ‘Break’ uscirà all’inizio di marzo, probabile preludio all’uscita del loro album d’esordio.
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